C’è del potenziale

  • On ottobre 5, 2018

Due discorsi si incrociano nei miei pensieri in questi giorni: il primo parla di fiducia, data e ricevuta, il secondo parla di recuperi di vecchi oggetti. Potrebbero essere pensieri che vanno per conto loro, ognuno per la sua strada, ma ogni volta che mi soffermo su uno dei due, mi viene in mente l’altro. Allora forse qualche collegamento c’è: alle volte capita di sapere delle cose prima ancora di averle pensate. Stregoneria? Decisamente no e ora vi spiego.

Mi piace usare vecchi oggetti, come lampade o sedie, appartenuti a qualcuno della mia famiglia o trovati per caso sulla mia strada. Non sempre però corrispondono ai miei gusti, oppure sono danneggiati. Così li dipingo, li aggiusto, li modifico, cerco di adattarli ad un nuovo uso per una nuova casa, più spesso per il mio studio. Non sono una professionista, non sempre il risultato è eccellente, diciamo che si tratta di pezzi imperfetti, ma ne sono fiera perché sono riuscita a prendermene cura.

“C’è del potenziale” è la frase che chi mi conosce sente spesso da me: immagino come potrebbe essere qualcosa una volta modificato o aggiustato. Per me significa vedere oltre le parti rotte, i pezzi mancanti, visualizzare come potrà essere quell’oggetto in futuro. Quando pronuncio quella frase mi viene in mente la fiducia, ed è qui che i due discorsi si intersecano.

Parlerò della fiducia in psicoterapia, perché questa è filo conduttore del blog, e perché le mie riflessioni nascono da lì. Semplificando, in una relazione terapeutica ci sono un paziente che chiede di cambiare e di stare meglio, e un terapeuta che lo aiuta a compiere questo processo. Se il paziente non prova fiducia nel terapeuta e nel percorso, è abbastanza scontato che non cambierà nulla. Ma non si tratta di una strada a senso unico.

La responsabilità del mio lavoro è soprattutto avere fiducia nella persona che ho davanti, vedere il suo potenziale anche quando lui o lei non ne è a conoscenza. Credo che sia per questo che sento un legame profondo tra questi due pensieri. Quando dico che capita di sapere le cose prima di averle pensate mi riferisco al vedere oltre il presente, cogliere non solo le fragilità che una persona mi racconta, ma tutte le sue risorse.

In studio ho una vecchia valigia di cartone, di quelle trovate in soffitta come nei film. Brutta, rovinata, sporca. L’ho pulita, rifoderata (con qualche errore), messa in ordine e ora contiene un lunghissimo filo di luci. Da vecchio contenitore vuoto a custode di luce: per me la psicoterapia è questo.

 

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